di RosaMaria e Valentina
Mia madre qualche giorno fa mi ha inviato un articolo, quello che segue, sulle Egadi, isole meravigliose dove anch’io ho avuto la fortuna di soggiornare nell’estate del 2021 e dove, come ripeto a chiunque mi chieda di Favignana, ho lasciato un pezzo di cuore. Da qui l’idea di scrivere un pezzo a quattro mani, per fornirvi prospettive diverse e spunti diversificati sul come vivere una vacanza in questo incantevole angolo d’Italia. Terminata la doverosa premessa, calatevi con noi nelle acque turchesi del Mediterraneo, crogiolatevi al sole, deliziate la vista con scenari mozzafiato, appagate il palato in un viaggio alle Egadi.
Le Egadi viste da mamma.
Posso dire di conoscere molto bene la Sicilia dove sono tornata più volte, percorrendola da est ad ovest, da sud a nord, attraversando borghi, città, siti archeologici. Ma conoscere le isole Egadi, all’estremità occidentale della Trinacria, è stato un colpo al cuore, un innamoramento a prima vista non solo per le acque cristalline, dal turchese all’azzurro, ma anche per una natura ricca di vegetazione, i sentieri di trekking, gli odori e sapori di una volta, i panorami incontaminati, la scalata a dorso d’asino sul monte Santa Caterina.

Favignana, Levanzo e Marettimo formano l’arcipelago egadino, una vasta area marina protetta, e si trovano dal lato della costa trapanese. Arrivo a Favignana dal porto di Trapani; stavolta ho scelto un viaggio organizzato da un noto tour operator campano, specializzato nell’Italia meridionale e nelle isole, così i trasferimenti sono comodi e veloci. Dopo mezz’ora di traversata, sbarco nel porto vicino la piazza dove si trova la fabbrica della famiglia Florio, oggi dismessa, ma visitabile. La facoltosa famiglia palermitana ha legato il proprio nome a Favignana dove, fino a qualche anno fa, quando si praticava ancora la mattanza, l’ultima risale al 2007, veniva inscatolato il tonno. Mi hanno parlato dell’ultimo rais dell’isola, lo raccontano come se fosse il protagonista di una leggenda, Gioacchino Cataldo, ovvero colui che dirigeva e comandava la mattanza: lo riconosco in una foto il “vecchio pescatore romantico”, con lunghi capelli e barba bianca…assomiglia a Santiago, il personaggio di Hemingway del romanzo “Il vecchio e il mare”.

Mi piace l’aria che si respira qui: tutto è slow, il tempo scorre lentamente, qui e là si vedono solo biciclette, scooter e un trenino che fa il giro dell’isola. Raggiungo l’albergo Tempo di Mare, sul Lungomare Duilio, dove pernotterò per sette giorni. Ė molto bello, a pochi passi dal porto e da Piazza Madrice. Il primo giorno lo dedico all’esplorazione di Favignana; noleggio una bici per visitare l’isola e arrivare alle spiagge più suggestive e alle calette più nascoste; in realtà, non riesco a fare una graduatoria di quelle più belle, perché ognuna ha la sua speciale bellezza. Percorro a piedi l’ultimo tratto che mi porta a Cala Rossa: mi appare come una piscina naturale, intarsiata dai cavatori di calcarenite, proseguo per Cala Azzurra, dall’acqua limpida e trasparente, con una striscia di sabbia bianca finissima. Ecco il lido Burroni, l’unica spiaggia attrezzata dell’isola, non è l’ideale per chi ama la natura selvaggia, ma, sicuramente, è comoda ed utile per bere un’ottima spremuta di melograno. Inforco la bici per tornare in albergo; sulla strada del ritorno, osservo i lussureggianti ipogei, le vecchie cave, le tipiche casette squadrate egadine, i vigneti curati, in modo eroico, dalla famiglia Firriato che produce degli ottimi vini. In alto, sul Monte Santa Caterina, si trova il castello dove, nel periodo borbonico, venivano rinchiusi i prigionieri politici.

Dopo una bella rinfrescata e una cena a base di busiata alla trapanese e pesce spada, mi inoltro tra i vicoletti fino a Via Florio dove si trova l’omonimo palazzo, in stile Neogotico, dei signori di Favignana che lo usavano per il buon ritiro. Assaggio la buzzonaglia, una parte del tonno davvero squisita che gli egadini usano per preparare un sugo con ortaggi.

Durante la seconda giornata, è prevista l’escursione, in motonave, a Levanzo e Marettimo. Nella prima, visito la Grotta del Genovese: si accede dal mare, attraverso un’entrata bassa e stretta, ma, una volta dentro, c’è un’ampia caverna dove si trova il più grande complesso di figure parietali del nostro paese, risalenti al paleolitico-neolitico. Dopo aver circumnavigato l’isola, la motonave punta verso Marettimo, la più occidentale e lontana dell’arcipelago. Da lontano, si vede Punta Troia col castello (al suo interno c’è l’Osservatorio per la foca monaca); secondo alcuni storici, coinciderebbe con Itaca, la patria di Ulisse. Il comandante si spinge vicinissimo alla costa, per farci ammirare le grotte, ed assistere al fenomeno della “bombarda”: è il rumore che fa l’acqua, penetrando nei “perciati” che si aprono nelle rocce.

Marettimo mi è rimasta nel cuore: casette bianche con imposte azzurre, la fitta vegetazione, il profumo di timo, che si effonde nell’aria, e un “pane cunzato” (vi consiglio L’antico forno a legna dal 1970), che non ha eguali e che, da solo, merita la visita!

Favignana vista da me
Abbiamo lasciato l’auto nel parcheggio ‘Le Saline’ di Trapani e preso la motonave che, in poco più di mezz’ora, ci ha portati a Favignana. Dopo cinque minuti a piedi arriviamo a Il Tufo, uno dei migliori b&b dove abbia mai soggiornato. Qui veniamo accolti calorosamente da Antonino, il proprietario, che nel tempo di una breve chiacchierata, diventa il nostro guru dell’isola, dispensatore di consigli sul noleggio dello scooter, luoghi da visitare, spiagge imperdibili e locali dove degustare le delizie del luogo.

La prima tappa è la spiaggia del Bue Marino. Ci arriviamo in motorino lungo un percorso fatto di strade asfaltate arginate da muretti a secco, che via via si trasformano in sentieri in sterrato immersi nella natura, come la maggior parte dei percorsi che portano al mare (come scopriremo nei giorni a seguire). Decine e decine di persone sono assiepate lungo la scogliera in tufo, attraversata da grotte costruite dall’uomo; facciamo lo slalom in discesa, tra gli asciugamani disordinati, prima di tuffarci in acqua, dal fondale profondo, ricco di vita sottomarina e stupefacente per i colori che assume. Inutile dire che questa cala è adatta a chi sa nuotare ed è comunque fondamentale indossare scarpe da scoglio.

La mancanza di spazio per distenderci al sole ci porta a cercare maggiore tranquillità in un altro angolo di Favignana, Cala Rossa, uno dei luoghi più suggestivi dell’isola, con gli scogli piatti a incorniciare il mare trasparente. Per raggiungere la riva siamo costretti a una lunga discesa e a superare una parete rocciosa non di facile accesso. Dopo il primo giorno qui abbiamo già colto l’essenza dell’isola, il suo più grande difetto e pregio: è ostile, dura, faticosa e scomoda ma se avrete la giusta pazienza vi ricompenserà con panorami mozzafiato e atmosfere di ineguagliabile pace.

L’indomani proviamo ad affrontare l’isola in modo diverso, più rilassante, e dopo una colazione strepitosa a base di cannoli farciti al momento e di torte preparate da Chiara (porterò per sempre con me il sapore della crostata di mandorle e albicocche) andiamo a Cala Azzurra, che ci hanno detto essere adatta anche ai bambini. Ci arriviamo dopo qualche minuto in motorino ma c’è troppa gente, risaliamo in sella e ci dirigiamo al Lido Burrone. Ora sì che ci siamo: la spiaggia di sabbia bianca finissima, il fondale che degrada dolcemente e le acque cristalline ci permettono di godere a pieno della giornata.

Il pomeriggio e nei giorni seguenti, ci affidiamo alla filosofia del “va dove ti porta il cuore” e così, senza alcun programma specifico, battiamo su e giù la costa, asciugamano e scarpe da scoglio sempre sotto il sellino. Non stacchiamo mai lo sguardo dalle scogliere che profilano l’isola e si interpongono tra la strada e il mare, sostiamo nelle baie che attraggono la nostra attenzione, seguendo le indicazioni delle scritte blu sbiadite dal sole, dipinte sulle frecce sbiancate.

Scopriamo così la spiaggia di Marasolo, dall’acqua bassa e il mare ‘protetto’, Punta Longa, una striscia di terra che si estende verso sud, circondata da scogli e insenature e la Cala del Preveto. In questo caso la scorgiamo da lontano, alla fine di una vallata. Lasciamo il motorino sul ciglio della strada, scavalchiamo il guardrail, percorriamo almeno un chilometro a piedi, prima di arrivare alla riva, purtroppo piena di alghe. Non ci demoralizziamo, la usiamo a mo’ di tappeto dove adagiare gli asciugamani, per prendere il sole tra un tuffo e l’altro nell’acqua comunque trasparente. Imparo la lezione che Favignana insegna a chi giunge qui: l’uomo deve adattarsi alla natura, non il contrario. E’ necessario procedere lentamente, a volte faticare, per apprezzare ciò che ci circonda…cercherò di ricordarlo una volta tornata a casa.

Dopo aver battuto l’isola in lungo e in largo, arriviamo a quello che eleggo a posto del cuore, Cala Rotonda e tutto a causa di un cielo infiammato d’arancio all’ora del tramonto e di una scogliera, dove il sole urta prima di spegnersi in mare. Contempliamo l’Arco di Ulisse, un arco naturale in pietra plasmato nel tempo dal lungo e inesorabile lavorio del vento e delle onde, seduti su un cuscino adagiato sulla terra rossa, birra alla mano, con musica chill out in sottofondo proveniente dal chiosco del Pura Vida. Quello che ho visto e le emozioni di pace e benessere provate, in un tutt’uno con la natura, rientrano nella top ten dei miei migliori ricordi di viaggio, archiviati in un ventennio ‘di carriera’.

Passando alla vita serale Favignana non offre molto (d’altronde non si viene qui per la movida), ma è piacevole passeggiare per le stradine del centro, tra i negozi di souvenir e i locali, attraversare la piazza del municipio e quella su cui si affaccia la chiesa di Maria SS. Immacolata, prima di fermarvi a mangiare un panino al tonno. Io ricordo, e sento di suggerirvi, quello di Tuna fish city e la Kebabberia di tonno.

Dopo quattro giorni trascorsi tra bagni di sole e di mare, corse in motorino tra sentieri sterrati e natura, a tratti aspra, a tratti materna e accogliente, è tempo di ripartire. Dalla motonave vedo Palazzo Florio rimpicciolirsi sempre più, all’unisono con il mio cuore, pieno della nostalgia tipica di quando saluto un luogo che mi ha emozionato e che temo di non vedere per molto tempo a seguire, ma, a cui prometto che ritornerò.
Consigli utili: mamma ha visitato le Egadi a fine luglio, io a fine agosto, ma i periodi migliori sono maggio, giugno, settembre e ottobre, meno caldi e meno affollati.
Come arrivare: in aereo, dall’aeroporto di Trapani Birgi o da quello di Punta Raisi di Palermo e transfer fino al porto di Trapani. In auto, lasciandola in uno dei parcheggi a lungo termine di Trapani e poi via mare.
Cosa mangiare: nella cucina egadina sono immancabili i piatti a base di tonno: le polpette di tonno, gli spaghetti alla bottarga, le frascatole condite con sugo d’aragosta o con brodo di zuppa di pesce, la busiata con sugo di buzzonaglia, il cous-cous; tra i dolci: le cassatelle, l’iris, il cannolo, la granita. Insomma, solo per assaggiare le principali prelibatezze, vi consiglio di rimanere alle Egadi abbastanza a lungo o di ritornarvi più volte.