di RosaMaria
Parlare di Napoli non è cosa facile: è una città che, da sempre, ha ispirato poeti e musicisti che l’hanno cantata, raccontata, descritta, narrata nelle sue mille sfaccettature, ricercandone l’unicità e l’essenza. Partenope mi sorprende ogni volta che la vedo, mi avviluppa nei suoi vicoli e profumi, mi incanta con le sue stazioni metropolitane che sono dei musei a cielo aperto, mi affascina con il mare in cui si specchia il Vesuvio, mi rapisce con i suoi innumerevoli tesori artistici e architettonici, mi incuriosisce per la creatività dei maestri presepiali, mi stuzzica con le pizzerie più antiche, ma sempre in voga. Vi sono stata centinaia di volte, anche per seguire il mio percorso universitario in una delle più famose ed antiche università d’Italia, la Federico II, ma ogni volta che vi ritorno trovo qualcosa di nuovo e di bello. L’associazione Viviamo Cancello, di cui faccio parte, mi ha dato la possibilità di aggiungere un’altra tessera a quello che è l’enorme puzzle di una metropoli moderna e cosmopolita, proponendo un’escursione di una giornata al Museo Lapis a Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, a Portici.

Sono partita da Piazza Garibaldi e, con la linea 1 della metropolitana, sono arrivata fino a Piazza Dante, una delle più importanti di Napoli, dove campeggia la statua del sommo poeta, qui collocato nel 1871; costituisce l’inizio di Via Toledo e, tramite l’accesso a Port’Alba, confluisce lungo il Decumano Maggiore. Ammiro il “Foro Carolino” con le due caratteristiche ali ricurve, commissionato da Carlo di Borbone al Vanvitelli; al centro dell’emiciclo, sulla nicchia, si alza una torretta con l’orologio a due quadranti, il più piccolo segna l’equazione del tempo e rappresenta l’unico esempio in Europa. Di fronte c’è la Chiesa monumentale di San Domenico Soriano e Nunzio Sulprizio: è davvero molto bella con le sue tre navate, il ricco e raffinato arredo barocco, le opere del Sanmartino (lo scultore del famoso Cristo velato) e del Giordano.

Dopo un ottimo caffè al vicino bar Mexico, attraverso Port’Alba e mi inoltro nel Decumano Maggiore, confondendomi tra la folla che sembra voler catturare i suoni, i profumi, i rumori, i colori del vico che si snoda come in un caleidoscopio. La guida ci aspetta alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, dove visiteremo il Museo dell’Acqua. In questo luogo sorgeva un edificio dedicato alla dea greca Diana; da qualche anno, attraverso un accurato restauro, la Basilica è stata restituita all’antica bellezza ed è diventata un polo culturale: nel suo sottosuolo si trova il Decumano sommerso. Infatti, nel 2021, si realizza un progetto avveniristico nato con la collaborazione di ABC Napoli (azienda idrica napoletana) che ha restituito l’originaria funzione alle cisterne greco-romane, animate da acqua e ruscelli, che ne ricostruiscono l’antico aspetto.

È un vero e proprio viaggio nel tempo nel sottosuolo, a 40 metri di profondità, tra cunicoli, cisterne, cavità. Scendendo le scale, è possibile constatare la stratificazione del terreno, scoprire il decumano sommerso, le due cisterne, la sala della luna e quella dei bombardamenti; l’intero percorso è accompagnato da un sofisticato impianto illumino-tecnico che enfatizza il tutto, rendendo la visita un’esperienza unica. La guida ci spiega che, durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, i napoletani usarono queste cavità come rifugio antiaerei che Gennaro e Michela, con una breve piece teatrale, rievocano in uno spaccato di storia e di vita degli anni quaranta; l’ultima sala, quella dei bombardamenti, attraverso proiezioni immersive, mi introduce esattamente in quei terribili momenti e, infine, mi conforta con la voce originale di Corrado Mantoni che, attraverso la radio, comunica la fine della guerra. Non posso fare a meno di calarmi nella realtà angosciante e precaria di quei tempi che, purtroppo, attualmente si ripete, come se la memoria umana fosse diventata così corta tanto da non evitare gli errori del passato.

La risalita è facilitata da un ascensore archeologico inaugurato nel 2021. Dopo questi momenti di storia e cultura, ci aspettano altri di convivialità e golosità alla Pizzeria Vesi. Ho del tempo libero per una passeggiata nell’affollatissima Via Toledo, fino alla Galleria Umberto. Una fermata obbligatoria è Sfogliatelle lab dove addento uno dei dolci iconici della pasticceria napoletana: una riccia che scrocchia al primo morso. Guardandomi intorno non posso fare a meno di pensare quanto questa città sia diventata la meta preferita di turisti, italiani e stranieri, tanto da essere diventata una delle più visitate al mondo.

La prossima tappa dell’itinerario è il Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa, dove arriviamo con un comodo treno regionale che, dalla stazione di Montesanto, ci conduce a Portici in circa 20 minuti. È stato allestito nei locali del Reale opificio borbonico, voluto da Ferdinando II di Borbone, dove si costruivano e si riparavano, sin dal 1843, locomotive e vagoni; come racconta la guida, la prima tratta ferroviaria d’Italia, a doppio binario, fu la Napoli- Portici, inaugurata nel 1839 dal re Ferdinando ricordato con una bella statua di ghisa nel cortile del museo che si affaccia sul mare. Il primo padiglione conserva i mezzi del passato, a iniziare dalla ricostruzione storica del convoglio della Napoli- Portici con la famosa Bayard, per seguire con le locomotive a vapore e i locomotori elettrici. Mi sembra di sentire l’odore del carbone, di vedere i macchinisti, neri di fumo, che infilano palate di combustibile nelle caldaie; se chiudo gli occhi sento lo sbuffo del vapore e il fischio del capostazione.

Proseguo il viaggio nel tempo delle ferrovie nel terzo padiglione, dove ammiro le locomotive del “passato prossimo”, a diesel, elettriche; mi soffermo incantata di fronte al treno Reale, un convoglio di undici vagoni, costruito nel 1929 per le nozze di Umberto II e Maria Josè; c’è perfino il salone reale, in stile liberty, con soffitto in oro zecchino e tavolo in mogano esotico e la carrozza-salone, rinominato “Treno della Presidenza della Repubblica Italiana”. C’è tanto da vedere in questa vasta area che si sviluppa su circa 36.000 metri quadrati; non mancano luoghi di ristoro, giardini curati, padiglioni con modellini, laboratori interattivi, la sala dove viene proiettata la storia del museo, la pensilina in ghisa di una stazione, il trenino che fa il giro dell’area. A Pietrarsa vi sono già stata, ma devo confessare che ogni volta che vi ritorno mi brillano gli occhi e divento bambina davanti a queste testimonianze del passato dove, se mi fermo ad ascoltare, posso sentire i fischi del capostazione, il rumore ritmato delle rotaie mentre percorro un viaggio nel tempo alla velocità di un treno a vapore.

E poi… che dire della vista che si gode da qui? Il paesaggio che si apre davanti agli occhi è da cartolina! Infatti, Pietrarsa si affaccia sul Golfo di Napoli: a destra, posso scorgere la collina di Posillipo con il Castel dell’Ovo, a sinistra i Monti Lattari che degradano dolcemente nella Punta Campanella, divisa dall’isola di Capri da uno stretto braccio di mare. È ormai sera quando si riparte, non prima di aver scattato foto al sole che tramonta nel mare, regalandoci emozioni e bellezza a conclusione di questa giornata napoletana.

Consigli utili:
I luoghi meta dell’escursione si possono visitare tutto l’anno, usufruendo di comodi mezzi di trasporto. Se si utilizza il treno per giungere al Museo ferroviario di Pietrarsa si ha diritto ad uno sconto sull’acquisto del biglietto, intero 5 euro, ridotto 4. Ogni sabato, dalle ore 14.00, due adulti più due ragazzi pagano 15 euro. Per gli orari di apertura, è consigliabile visitare il sito.